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11 Mar

PARIGI. L’INIZIO

Domenica 26 gennaio, Parigi. 

Esco velocemente, cammino spedita, come se avessi una destinazione da raggiungere in fretta, un compito da portare al termine.
I pensieri si affollano, cerco di districare il groviglio di emozioni che mi porto dentro, fermamente decisa a non rientrare, non finché non avrò preso una decisione definitiva.
<<Non puoi andartene così Nina, non puoi farmi questo!>>
Eppure l’ho fatto.
Ho infilato il mio cappotto di cachemire, il mio preferito, quello rosso. Ho legato velocemente i capelli, mi sono passata le dita sotto agli occhi con quel fare meccanico di chi vuol nascondere lacrime e occhiaie, e con un gesto vagamente teatrale ho sbattuto la porta.
C’è qualcosa di meravigliosamente liberatorio nello sbattere una porta.
È un inno alla libertà.
Un vaffanculo potentissimo.

Cammino ancora, mi sento sicura, una brezza pungente mi accarezza le gambe, i fotogrammi scorrono veloci, i grazie mai detti, l’irriconoscenza, la cieca gretta e assoluta presunzione, la pochezza e la dabbenaggine.
Il fatto è che a volte ci troviamo ad elemosinare amore in modo del tutto inconsapevole.
A volte, la paura del vuoto e della solitudine diventa così forte, così invalidante che accettiamo misere sostituzioni immaginarie, vestiamo il nulla di scettri e corone e poi quando tutto finisce, quando allo scoccare della mezzanotte la zucca torna ad essere zucca, e il cocchiere un misero ratto c’incazziamo pure.
Come ho potuto?
Come ho potuto permettere che tutto questo accadesse?
Oggi è domenica.
La città è deserta.
L’atmosfera è surreale, tutto sembra avvolto da un silenzio liquido, mi fermo.
Sono al centro di Place François Première, e guardo immobile l’imponente edificio che mi ospiterà nelle prossime settimane. Se soltanto qualche settimana fa qualcuno mi avesse detto che di lì a poco mi sarei ritrovata a Parigi, a dover parlare innanzi al Monsieur le President e a tutti quei damerini incravattati su un paio di tacchi a spillo, beh avrei pensato che sarebbero state molte di più le probabilità di ballare nuda al Crazy Horse, eppure sono qui, sono proprio qui.
Ferma.
Immobile.
Sono pronta.
Non si torna indietro.

Non chiedetemi se quello che scrivo corrisponde o meno alla verità.
La realtà spesso, supera ogni immaginazione.

Special thanks Alessandro Legora
Photo Alessandra Galano

 

Dea Caiazzo
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