8. 03. 2001

0 Flares Twitter 0 Facebook 0 Google+ 0 Email -- Filament.io 0 Flares ×

“Siamo quello che siamo, perché non temiamo le prime volte. Siamo quello che siamo, perché la vita e le sue storie insegnano. Sta a noi poi, farne o meno buon uso”.

Mia madre se n’è andata in una bella mattina di inizio primavera.
Sole, vento, aria frizzante mentre io e mia sorella guardiamo giù, in strada, da una finestra di un corridoio al secondo piano del Loreto Mare.

E’ volata in cielo, come ha spiegato Adelaide a Riccardo…e lui, piccolo, con la sua vocina trillante ha chiesto: “È un colombo?” “No, è un passerotto amore” ha risposto lei, sorridendo e pensando forse all’astio che mamma nutriva verso i piccioni metropolitani.
Un passerotto, certo, perché questo ricordava, con i suoi occhioni verdi sgranati, il suo piccolo e magro corpo spossato… un passero inerme e indifeso.

Erano già passati dieci anni da quando il suo cuore aveva accusato i primi colpi. Le sue valvole non funzionavano bene e così, un po’ di affanno oggi e un po’ domani, il suo vecchio cuore sconquassato era arrivato al culmine. Già prima di Natale, si era reso necessario un ricovero al Monaldi, perché l’affanno era tanto e lo spavento anche. Dopo una ventina di giorni mamma era tornata a casa, con una cura molto particolareggiata da seguire e la speranza che il versamento pleurico che le aveva dato tanta pena continuasse a riassorbirsi.
E abbiamo trascorso insieme l’ultimo Natale, ma il responso dei medici era stato chiaro: se lo scompenso cardiaco non fosse del tutto rientrato non restava altro da fare che intervenire chirurgicamente per sostituire le valvole ormai troppo gravemente compromesse.
Infatti, piano piano, l’affanno è ritornato pesantemente a turbarle il sonno, e a fine gennaio, se pur spaventata, ha deciso di ricoverarsi nuovamente. Non è stata una scelta facile per lei. Eccoci ad un punto di non ritorno, di fronte a un aut-aut, a un fosso da saltare. “Dentro o fuori” ha detto, e l’ha saltato il fosso, ritornando al Monaldi.
Per un po’ l’hanno tenuta nel reparto di 1 Medicina, curandola e cercando dì rimetterla in forze, poiché già era diventata un magro scricciolo indifeso a causa dei problemi respiratori e circolatori che compromettevano anche la digestione, poi l’hanno trasferita direttamente nel reparto di cardiochirurgia.

E lei, ammirata come una bambina, descriveva questo mondo incantato come un’oasi di lusso: pareti blu e luci soffuse, bagno in camera, infermieri gentili e garbati, camere contrassegnate da targhe di ceramica bianca e blu, dal sapore antico, con su nomi affascinanti, Baia, Procida, Cetara, quasi si soggiornasse in una di queste amene località della nostra costa meravigliosa. E poi c’era lui: il mitico professor Co***fo, di cui tutti parlano in città e nessuno ha mai visto… “quello che fa i trapianti!”
E mia madre sì fidava dei grossi nomi, le davano sicurezza, cosi le è sembrato di vivere un sogno quando, pochi giorni dopo, il prof. Co***fo in persona le ha detto: “ Stia tranquilla, signora, la opero io.”

Martedì 13 febbraio mia madre è entrata in sala operatoria alle otto del mattino. Alle 14,30 il bollettino medico della Rianimazione ci informava sulle sue condizioni recitando: “La paziente è uscita dalla sala operatoria, si trova attualmente in sala di rianimazione, vi potremo dire qualcosa nelle prossime ore.”
Laconico. Ineccepibile. Dopo sei ore di attesa davanti ad una porta chiusa. E noi li a sognare i film americani dove il chirurgo, ancora vestito di verde, viene fuori a spiegare ai parenti in attesa come è andato l’intervento, se ci sono state complicazioni… qualcosa di umano, a dirla tutta. Passano le ore, passano i giorni, e mentre gli altri pazienti operati vengono trasferiti in reparto dopo 48 ore, mia madre resta in sala di rianimazione un’intera settimana. Adelaide fa la spola tra casa e ospedale per non perdere un solo bollettino: alle otto del mattino manda su Marco, a mezzogiorno e alle otto di sera va di persona, e riesce anche a strappare al medico di turno li permesso dì entrare, per un po’.
Ne è uscita sconvolta. Certa che non avrebbe potuto farcela, lei piccola, livida, semincosciente, accartocciata, su una poltrona da postoperatorio, legata a tubi e tubicini da ogni parte.

Ci dicono che la situazione è seria, che, dopo l’intervento, è stato necessario aprire dì nuovo perché c’era un’emorragia in atto e il sangue non coagulava, che hanno dovuto farle di conseguenza molte trasfusioni nonché impiantare un pacemaker. Ora ci vorrà molto tempo, più del previsto, ma si riprenderà, cosi ci dicono.

E’ martedì 20 febbraio quando mamma passa di nuovo in reparto e tutte noi possiamo vederla. Non è più lei. Sono due immensi occhi sgranati dentro un cranio ossuto, è un corpo scheletrico tormentato da ferite ed ecchimosi diffuse, sono due gambe gonfie come non mai e pesanti come pietre, è una cannula per l’ossigeno, che non può abbandonare.

E il giorno successivo il professor Co***fo dice a Donatella che l’intervento dal punto di vista cardiochirurgico è riuscito e dunque mamma verrà dimessa al più tardi sabato. Ai dubbi che mia sorella avanza riguardo le condizioni generali, che neanche un fine manipolatore potrebbe azzardarsi a definire buone, viene fornita una risposta molto rassicurante: mamma ha solo bisogno di riprendersi, poiché l’intervento è stato comunque un colpo forte per il suo organismo già debilitato; non dobbiamo preoccuparci ma anzi insistere perché cominci a mangiare qualcosa, visto che è una settimana ormai che praticamente non si alimenta, tutto si sistemerà col tempo, mia madre ora ha solo bisogno delle sue figlie.

Così ci rilasciano un permesso per starle vicino giorno e notte, tolgono i sondini che emergono dal suo petto martoriato, il catetere, i punti, tutto secondo la solita prassi.

Ogni mattina viene il fisioterapista che insiste per farla alzare ma mamma soffre e non ne ha la forza, respira sempre a stento, ha bisogno del pannolone perché raggiungere il bagno è per lei uno sforzo sovrumano. Continua a non mangiare, affanna dopo soli due cucchiai di brodo, ci forniscono delle bevande ipercaloriche sostitutive dei pasti e continuano a dirci di forzarla: la sua dignità umana è oramai annientata. A tutte noi sembra che invece di migliorare peggiori. Ci consigliano, dal momento che la convalescenza sarà lunga, dì provvedere al ricovero in una struttura spedalizzata per la riabilitazione, dove arriva gente operata al cuore da tutta Italia: la Fondazione S. Maugeri, a Telese, provincia di Benevento. Il suo cardiologo, quello che la teneva in cura prima dell’intervento, anche lui dipendente del Monaldi, viene a trovarla e le dice scherzoso: “ Allora signora, ce ne andiamo a respirare un po’ d’aria buona!” Ma a Telese non c’è posto fino a martedì, così riusciamo sollecitando l’intercessione di tutte le conoscenze possibili e immaginabili che in questi momenti, come si sa, saltano fuori, a strappare altri due giorni di degenza; “ed è tanto!” ci viene detto, qui la lista di attesa per gli interventi è lunga e si tratta di malati in condizioni da non poter aspettare, mamma deve essere dimessa.

E in questi due giorni peggiora ancora. Trascorre due notti di inferno, nonostante il sedativo che hanno preso a darle dietro sua insistenza, ha improvvisi cali di pressione, suda freddo, affanna, ogni tanto sragiona.

Lunedì mattina, freddo e neve su in collina e prendo anche una brulla slittata sulle curve sinuose di Via Iannelli. Arrivo da lei, e dopo poco passa il giro delle visite. Un dottore che non avevo ancora mai visto, alto, bruno, con i baffi, piglio autorevole entra con un gruppo di medici intorno. E’ il dottor Fe**a, come mi dicono poi le infermiere, e si altera alquanto alle notizie che gli vengono fornite su mia madre… “…ma la signora ha i piedi troppo gonfi, dovete aumentare il diuretico… la signora è in fibrillazione.ma la signora ha il pacemaker..“E cosa vuoi dire? Che col pacemaker non può esserci fibrillazione? Vai a prendermi,il tracciato di stamattina…” “…eccolo” “…vedi? Ecco qua, c’è fibrillazione. Nonostante tutta la tua scienza. Ci vuole il Cordarone, bisogna rivedere la terapia…” “Dottore” mi inserisco timidamente sentendomi tanto una “x” nella si loca (come diceva sempre mia madre) “ ha una patina bianca su tutta la lingua.” “ Sono gli antibiotici, non si preoccupi signora, è normale.”
Ma non la guarda neanche di persona.
Escono, e per tutto il giorno la terapia non viene modificata. La mattina successiva, martedì 27 febbraio, mamma viene dimessa, in barella e con l’ossigeno fisso, e in ambulanza la trasportiamo a Telese. Fondazione S. Maugeri. Mia sorella, che l’accompagna durante il viaggio, è molto preoccupata, quando la sento al telefono mi trasmette tutta la sua angoscia. Mamma arriva spossata, le fanno subito una radiografia del torace, un ecocuore, vari altri esami e dicono che la situazione è molto seria, che non si spiegano come abbiano potuto dimetterla in quelle condizioni: c’è un abbondante versamento pleurico e il cuore è completamente scompensato, inoltre è presente una brutta candidosi diffusa in tutto il cavo orofaringeo, naturale che abbia difficoltà ad alimentarsi. La ricoverano nel reparto di cardiologia, dove per tre giorni il dottor Acanfora, gentilissimo, si prende cura di lei, la tengono sotto controllo tramite monitor costantemente, adagiata in un letto con le sponde anticaduta, con flebo e ossigeno sempre attaccati, in un luogo in cui gli altri degenti vanno su e giù sulle loro gambe a fare ginnastica respiratoria e cyclette. La signora Filomena, che condivide la stanza con mamma, si prende un po’ cura di lei quando non ci siamo, e tutte noi speriamo che finalmente cominci a migliorare come tutti continuano a dirci che dovrà avvenire; continuiamo ad insistere perché mangi almeno qualcosa del pasto semiliquido che le portano qui.

Ma lei non ce la fa e si fa sempre più magra, e venerdì mattina quando arrivo a Telese alle dieci del mattino, col suo televisore portatile tra le braccia, non mi fanno neanche entrare nella stanza, perché una folla di medici si affanna intorno al suo letto nel tentativo di ventilarla. Capisco che è grave, impreco tra me e me per non essere rimasta sempre con lei in questi tre giorni di vacanza montana, telefono alle mie sorelle. La signora Filomena mi dice nel corridoio che non fanno entrare neanche lei e che la cosa va avanti dal primo mattino. Poi salgo in macchina e seguo l’ambulanza, si va in ospedale non c’è più tempo da perdere. Destinazione: Cerreto Sannita, pìccolo paesino di montagna, ultimi tornanti aggrovigliati in una giornata di pioggia e vento. Arriviamo verso l’una. Alle due e mezza circa il dottor Acanfora e un suo collega che erano con lei in ambulanza riemergono dalle brume della sala di rianimazione e mi dicono che mamma è giunta in ospedale in arresto cardiaco, che sono riusciti a riprenderla e ad intubarla e che le hanno inoltre asportato il liquido che aveva nei polmoni. Ora devono ritornare a Telese. Mi dicono anche che fin dal mattino si sono messi in contatto con l’ospedale Monaldi, a Napoli, per sapere se c’era la possibilità di trasferirla lì, in rianimazione, ma che fino a quel momento non hanno ricevuto risposta. Così, col dottor Acanfora al mio fianco, chiamo il cardiologo di mamma, presso l’ospedale, quello in cui lei aveva una fiducia mostruosa, ma, che disdetta!, si era appena vestito sterilmente e guarda caso non poteva rispondere al telefono. Una persona estremamente sgarbata, dietro mia insistenza, mi riferisce che il dottore si è informato e che purtroppo non c’è posto in rianimazione.

A questo punto dall’ospedale di Cerreto chiamano il 118 e salta fuori un posto al Loreto Mare, a Napoli. “La trasferiamo ora.” Mi dicono. Scendo giù e vedo l’ambulanza partire. Strano, mi sembra che sia passato troppo poco tempo, così domando al pronto soccorso e mi viene risposto che l’ambulanza non andava a Napoli, ma a Sant’Agata dei Goti. Passa ancora un’ora, un’ora e mezza…e chi può dirlo adesso?… L’altra ambulanza è qui, ma manca l’autista, bisogna trovare il reperibile. E finalmente lo si reperisce.

Mamma arriva al Loreto Mare intorno alle 17,30 di venerdì 2 marzo. Due giorni dopo la vedo: è lucida, ci riconosce e noi tutte esultiamo. Lunedì la trasferiscono nell’unità coronarica, presso il reparto di cardiologia, un piccolo passo avanti. Mercoledì, quando io e Giorgia chiediamo ai medico cosa ne pensa, lui ci guarda serio e ci dice che forse noi non abbiamo ben compreso la gravità dell’intervento che mamma ha subito. Non si è trattato soltanto di una semplice sostituzione delle valvole, operazione oramai di routine; ci spiega che è stata effettuata anche una miomectomia, con conseguente impianto di pacemaker e che l’intervento, nel suo complesso non ha dato i risultati sperati. Il cuore è scompensato, mamma è denutrita e perciò ancor più debole, tanto che si è dovuto provvedere ad una alimentazione forzata attraverso un sondino nel naso e a diverse sacche di plasma. Ci dice inoltre che la speranza è l’ultima a morire, e che non sa dirci quante possibilità abbia mamma di cavarsela, ma che se non ce ne fossero non la terrebbero lì.

Per tutta l’ora di visita, che ci permettono di trascorrere con lei, mamma dice a Giorgia sussurrando: ‘Portami a casa.”
Per la prima volta piango.
E non voglio che lei mi veda, cosi le parlo di Riccardo, di Amedeo, degli altri nipotini, le premo un’arancia e lei ne beve un po’. Poi dobbiamo andar via.
A mezzogiorno di giovedì, mentre aspettiamo l’ora di visita per ritornare da lei, arriva la telefonata. Quella che da tempo temevamo tutte. Quella che quando arriva ti spacca il cuore.
E corriamo in ospedale, ma arriviamo tardi.
Mamma se n’è andata.

Così si è conclusa l’avventura di mia madre, dimessa in barella dal Monaldi, Azienda Ospedaliera di Rilievo Nazionale e di Alta Specializzazione per andare a rischiare la vita sulle montagne del beneventano, in una clinica neanche attrezzata per la rianimazione (e neanche lo sapevamo), salvata per i capelli da un coraggioso rianimatore in un oscuro ospedale di provincia, e morta l’otto di marzo, in una bella giornata di sole, al Loreto Mare.

Ovunque, purché non all’intemo del più rinomato centro di cardiochirurgia del meridione.

Perché dimettere una paziente che non è neanche in grado di camminare e di respirare autonomamente, piuttosto che trasferirla in un altro reparto interno all’ospedale, dove forse le cure che le sono state prestate poi in condizioni estreme avrebbero potuto sortire un qualche effetto, se tempestive?

Perché tanta urgenza nel liberare i posti letto anche di fronte a pazienti nelle condizioni di mia madre, che urlano silenziosi la necessità di controllo costante e un’alta probabilità di aver bisogno della terapia intensiva?

Perché indirizzarci verso una struttura come la Fondazione Maugeri che non è dotata di reparto attrezzato per la rianimazione?

Perché, pollice recto in segno di vittoria, guardarci negli occhi e dire “Non si preoccupi, ce la fa!”?

E soprattutto perché, perché non riferire subito la gravità della situazione generale, e non lasciare a noi che l’amavamo, il diritto di scegliere in maniera consapevole?

Francesca Caiazzo

 

 

 

Commenta qui

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *